Dove va l’agricoltura mondiale? Gli osservatori continuano a registrare l’aumento di una new age di coltivatori, attenti al bene comune, all’ecosostenibilità, alla biodiversità e ai gas serra.
Ma poi, se guardiamo in faccia la realtà, scopriamo che tanti di loro continuano a lavorare i campi utilizzando sostanze chimiche e altri ancora cercano di fare business con gli Ogm. Dunque, a che punto siamo e, soprattutto, che futuro avrà l’agricoltura mondiale e, di conseguenza, la nostra vita e la nostra salute?
Intanto, è necessario sottolineare il fatto che anche l’agricoltura non può prescindere dalla politica. Anzi, ne ha bisogno. Perché è la Politica agricola comune che detta le strategie mondiali. Meglio conosciuta come Pac, è stata più volte corretta nel tempo, e la riforma del 2003 ha già, di fatto, attribuito all’agricoltura un ruolo di “bene pubblico”. La prossima riforma della Pac è prevista per il 2013. E c’è già adesso chi chiede rivoluzioni epocali.
Janez Potocnik, sloveno, figlio di contadini, commissario europeo all’Ambiente, dice: “L’attuale Pac prevede 37 miliardi in cinque anni per i servizi ambientali da parte di agricoltori e proprietari delle foreste, ma bisogna fare molto di più. Bisogna dare vita a un sostegno finanziario aggiuntivo per i contadini che si impegnano volontariamente nell’agricoltura sostenibile”.
Sante parole. L’ambiente e l’agricoltura devono camminare di pari passo. Secondo un recente studio, la perdita di biodiversità, in soldoni, costa 50 miliardi di euro l’anno. E nel 2050 sarà pari al 7% del Pil mondiale.
L’agricoltura dei Ventisette ( i governi europei) produce quasi 60 milioni di tonnellate l’anno di anidride carbonica. Ma ci sono altri due gas serra con i quali l’agricoltura deve fare i conti: il protossido d’azoto (derivante dall’uso dei fertilizzanti) e il metano (prodotto dagli allevamenti). Queste emissioni sono diminuite del 20% negli ultimi vent’anni. Non molto. Bisogna fare di più. Ma l’Europa dovrebbe esporsi, dovrebbe fare una cosa politica un po’, come dire, ardita… Dovrebbe aumentare ancora i fondi per l’agricoltura. Più soldi, insomma.
Qualche passo in avanti è già stato fatto. Il Parlamento europeo ha ottenuto di includere il sistema agroalimentare nella cosiddetta strategia “20-20-20”, vale a dire quella che punta a ridurre le emissioni del 20% e ad aumentare l’efficienza energetica del 20% entro il 2020. Ma sono e restano dei palliativi.
L’urgenza di una nuova agricoltura è sotto gli occhi di tutti. Quando parlavo di rivoluzione epocale, mi riferito al fatto che la politica deve riconoscere il fatto che l’agricoltura è un servizio pubblico di 30 milioni di agricoltori europei.
E i tempi per organizzare questa rivoluzione, semmai si farà, sono ridottissimi. Nel mondo ci sono 1,6 miliardi di ettari coltivati, ma entro metà secolo dovremo aumentare la produzione del 70% per sfamare i nuovi nati e migliorare la disponibilità delle proteine. A fronte di questa sovrapproduzione, se l’effetto serra non sarà contrastato, avrà un impatto pericolosissimo sulla nostra capacità di produrre cibo.
Secondo la Fao, nel lungo periodo l’Europa sarà in deficit di cibo. I Bric (Brasile, Russia, India, Cina) saranno esportatori netti e i Paesi poveri ancor meno autosufficienti di oggi. Se si pensa ai due miliardi di bocche in più da sfamare, la sicurezza alimentare diventa un problema serio.
Il contadino di domani, quindi, si troverà nella necessità di produrre di più con meno. Con nuove tecnologie e nuove conoscenze. Ce la farà? Solo se sarà incentivato con un’inedita Politica agricola e ambientale comune. Una nuova Pac, insomma. Che preveda sostegni economici importanti. E faccia delle scelte. Il dibattito al riguardo è appena iniziato.
E qui veniamo al punto. Le scelte alimentari sono sempre state un potente mezzo di espressione sociale. E una crisi alimentare, abbinata a una crisi del clima e a una crisi demografica risulterebbero devastanti per tutti noi.
La popolazione del pianeta si avvia a toccare, nel 2075, il record demografico di 9,2 miliardi di persone, secondo le previsioni delle Nazioni Unite. E’ quindi necessario individuare nuove modalità (magari anche drastiche, ma risolutive) per migliorare e aumentare la produzione alimentare, riducendo, nel contempo, le emissioni di gas serra prodotte dall’agricoltura e garantendo cibo per tutti.
La battaglia alimentare si gioca tra le lobby degli Ogm, la massa del biologico e la nicchia del prodotto a chilometri zero.
I sostenitori degli Ogm dicono: “Le biotecnologie possono migliorare i raccolti e renderli più resistenti alla siccità e alla presenza di sale nel terreno”.
Utopia. Oggi queste avveniristiche colture non esistono.
Chi sponsorizza l’agricoltura Bio dice: “Con il biologico si ha un minor impatto ambientale e una ridotta dipendenza dai combustibili fossili”.
Vero. C’è però una controindicazione: i metodi organici di coltura possono richiedere terreni più vasti per produrre la stessa quantità di raccolto. Ovverosia, con il Bio abbiamo la qualità a tutti i livelli, ma non la quantità.
I fanatici del cibo a chilometri zero, infine, fanno leva sulla riduzione delle emissioni di gas serra riconducibili ai trasporti. Peccato che, di fatto, per alcuni generi alimentari le emissioni provocate dal loro trasporto siano ben poca cosa rispetto ad altri fattori (pesticidi, fertilizzanti e chi più ne ha ne metta…).
Concludendo. La bacchetta magica non ce l’ha nessuno.
Tom Strandage, autore del libro “Una storia commestibile dell’umanità”, lancia un’idea: “Praticare l’agricoltura biologica accostandola ai fertilizzanti chimici. Si otterrebbe il massimo della sinergia tra pratiche tradizionali e moderne. Inoltre, ridurranno drasticamente l’uso di sostanze chimiche, taglieranno i costi e ridurranno l’impatto ambientale”.
Mamma mia…
Ultimamente, però, si sono fatte strada delle idee innovative e per certi versi sorprendenti. Come i progetti per coltivare prodotti alimentari in modo biologico con tecniche idroponiche all’interno di grattacieli di vetro.
Si tratta di coltivazioni (controllate) fuori suolo, dove la terra è sostituita da un substrato inerte. La pianta viene irrigata con una soluzione nutritiva composta da acqua e composti.
L’agricoltura urbana Bio per salvare il mondo, quindi.
Chissà…
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30
mar
Gas serra, fame nel mondo… Serve una nuova agricoltura. Il Bio nei grattacieli?
scritto da Giovanni Bertizzolo | postato in Agricoltura biologica, Ambiente, Cibo biologico




























