La chiamano l’Altra Economia. Un termine soggetto a fraintendimenti. In realtà è un modo di vivere, di fare imprenditoria e di consumare che si ispira a principi solidali e di utilizzo ecocompatibile delle risorse. Un modus vivendi che, da quello che ci dicono, adottano ormai una miriade di reti di produttori e consumatori, i quali stanno assumendo un ruolo sempre più importante nell’economia globale. Non solo, ora l’Altra Economia viene identificata come una soluzione per uscire dalla crisi economica.
Tutto questo mi sembra pretenzioso. Siamo lontani, lontanissimi dal seguire un nuovo modello di massa che sia rispettoso dell’ambiente e del lavoro. Però oggi c’è più coscienza di queste tematiche. Si è intrapresa una strada diversa, forse inevitabile per certi versi. Ma su questa strada, nonostante i numeri, le cifre, le indagini e le statistiche più o meno di parte, finora circolano pochi aficionado. La speranza, comunque, è che i pochi col tempo crescano.
Intanto, prendiamo atto del fatto che a Roma ieri si è aperta la Festa Nazionale dell’Altra Economia che durerà fino a domani, domenica.
Ieri è stato presentato il primo report, che partiva da lontano, spiegando cos’è l’Altra Economia (“una rete, o meglio un insieme di reti, di operatori economici, ma anche politici e culturali, il cui comportamento sia basato su principi originali di funzionamento, solidali, etici, che mettono al centro dell’azione il bene comune e collettivo”), per arrivare ai numeri: in Italia il terzo settore è composto da oltre 235.000 istituzioni senza scopo di lucro, l’80% delle quali è stato costituito dopo il 1980.
Il tutto citando Jean Louis Laville e la sua teoria secondo la quale “l’economia solidale può nascere da un nuovo equilibrio tra intervento pubblico, reti informali e domestiche e imprese cooperative e no-profit” e il brasiliano Euclides Mance, il quale si augura che “la rivoluzione delle reti possa superare i modelli economici attuali, ampliando le libertà pubbliche e private in maniera inedita per la storia dell’umanità”. Teorie, appunto.
Secondo gli analisti del report, dall’Altra Economia viene un valore aggiunto pari 27 miliardi di euro, corrispondente al 3,82% del Pil italiano; le aziende del settore impiegano il 6% del totale degli occupati.
Vediamo come va, secondo il rapporto, l’Altra Economia settore per settore.
L’agricoltura biologica: quasi 50 mila aziende operanti a vario titolo nel comparto, tra produzione, trasformazione, grande e piccola distribuzione; un prodotto interno lordo a prezzi correnti di circa 1,3 miliardi di euro; poco più di 190 mila addetti.
I canali di distribuzione: sono sempre più diversificati, si va dai supermercati (ormai i grandi marchi della grande distribuzione sono protagonisti) fino alla filiera corta e ai Gas (gruppi solidali d’acquisto). Negli ultimi dieci anni le mense scolastiche che servono pasti bio sono diventate quasi 800 dalle iniziali 70.
Commercio equo e solidale: cioè il commercio che intende “riequilibrare i rapporti con i Paesi economicamente meno sviluppati, migliorando l’accesso al mercato e le condizioni di vita dei produttori svantaggiati”. In Italia la maggior parte dei prodotti equi e solidali vengono acquistati nelle “botteghe del mondo”, passate dalle 47 del 1990 a circa 575 nel 2007. Ma di recente si è molto rafforzato anche il canale della grande distribuzione.
Finanza etica: istituzioni finanziarie come Banca Etica hanno visto moltiplicare i correntisti. La finanza etica, si legge nel Rapporto, “è un tentativo di riagganciare l’uso del denaro alla realtà, aggirare l’alienazione dell’economia immateriale e riportare le relazioni sociali al centro dello scambio”. Secondo l’Abi (Associazione bancaria italiana) circa il 70% delle banche promuove ogni anno almeno un’azione di microfinanza. Il numero degli operatori specializzati è però limitato.
Risparmio ed energie rinnovabili: al momento, il contributo dell’eolico è pari allo 0,33%. Tuttavia nel 2008 è aumentato l’interesse per la fonte solare, la produzione di energia è salita in un anno di circa il 395%. Nello stesso anno, il giro d’affari è stato di 400 milioni di euro. Il settore dà lavoro a circa 10.000 persone.
Turismo responsabile: secondo l’Organizzazione mondiale del turismo (Wto) “lo sviluppo del turismo sostenibile soddisfa i bisogni dei turisti e delle regioni ospitanti e allo stesso tempo protegge e migliora le opportunità per il futuro”. Si tratta di un movimento nato negli anni Ottanta che promuove “il pieno rispetto dell’ambiente e delle culture”. In Italia esiste dal 1998 l’Aitr, Associazione italiana per il turismo responsabile, che conta 70 soci, tra i quali 7 tour operator, 11 Ong, 9 associazioni nazionali, 40 cooperative di viaggio e una decina di piccole associazioni. In base a un sondaggio condotto nel maggio di quest’anno, il 15,3% degli italiani ha già fatto un’esperienza di turismo responsabile, il 23,1% si dichiara “molto interessato” e il 61,8% “abbastanza interessato”. In base a un’altra indagine, i turisti “responsabili” in Italia sono 50 mila. Destinazioni preferite: Senegal, Perù e Marocco. In Italia si prediligono i parchi e le riserve naturali.
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19
set
L’Altra Economia, crescono numeri e fatturati. A Roma si fa il punto
scritto da Giovanni Bertizzolo | postato in Agricoltura biologica, Ambiente, Statistiche sul biologico




























