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All’università Bocconi di Milano mercoledì 30 novembre e giovedì 1 dicembre andrà in scena la terza edizione del “Forum on Food and Nutrition”, organizzato dal Bcfn di Barilla.
Interverranno personaggi autorevoli per fare il punto e tracciare delle linee guide sul cibo e le sue contraddizioni. Una in assoluto (e la più abominevole): la fame che continua ad uccidere. Si parlerà di sprechi, di sovrappopolazione e di nutrizione. Non mancheranno i fautori delle biotecnologie che vedono nella chimica la panacea di tutti i mali.
Il 30 novembre alle ore 9 interverrà Barbara Buchner, direttore del Climate Policy Initiative di Venezia. Che sul Corriere della Sera oggi anticipa un punto nevralgico del suo discorso: “La gente non si rende conto dell’impatto che ha il cibo sull’ambiente e sul riscaldamento globale. Sapere che mangiare sano fa bene anche al pianeta potrebbe guidare il consumatore a scelte più consapevoli”.
Su questo concetto il Bcfn ha elaborato una doppia piramide alimentare. Da una parte quella classica, che elenca, in scala, i cibi consigliati per una sala e dietetica alimentazione. Dall’altra, l’impatto di questi cibi sull’ambiente. Il risultato dà ragione a quanto andiamo dicendo da molto tempo su questo blog: i cibi che fanno meglio alla salute sono anche quelli che impattano meno da un punto di vista ambientale.
E’ un risultato che dà ulteriore credito all’agricoltura e al cibo biologico che resta la massima espressione di questo concetto: mangiare sano e naturale fa bene al consumatore e salvaguarda l’ambiente.
Ma i vantaggi, le prospettive positive del biologico non si fermano qui. Continuando ad andare controcorrente, ribadiamo che la fame nel mondo non si sconfigge (o parzializza, cioè un obiettivo più verosimile) producendo di più (che è la politica più sponsorizzata di questi anni), ma producendo meglio. Ovvio che c’è bisogno di più agricoltura, perché negli ultimi decenni la pratica e i terreni si sono ridotti notevolmente, ma soprattutto c’è bisogno di un’agricoltura migliore. Che può essere solo quella di ispirazione biologica.
Questo concetto a noi caro, oggi trova una conferma. Da Nairobi, infatti, è stato lanciato un accorato appello dai partecipanti a un convegno, svoltosi all’insegna dello slogan “L’agricoltuura organica ecologica: l’alternativa per l’Africa” e promosso dall’International Federation of Organic Agriculture Movements (Ifoam). Nel suo intervento il capo dell’Ifoam, Herve Bouagnimbek, ha sostenuto che l’agricoltura biologica “è portatrice di una miriade di opportunità positive per i coltivatori africani, soprattutto in termini di sicurezza alimentare, oltre ad avere grosse possibilità di commercializzazione, sia localmente, sia sui mercati internazionali”.
In sostanza, l’agricoltura africana deve puntare sempre più sulle coltivazioni biologiche per contrastare l’insicurezza alimentare e fronteggiare i risultati negativi dei cambiamenti climatici.
Per risolvere i problemi di produzione agricola e di alimentazione di buona parte dei Paesi a basso reddito, è necessario dare delle risposte “territoriali” a problemi che sono locali. Produrre per soddisfare i bisogni della popolazione locale, prodotti agricoli tipici del territorio, con piante tipiche del territorio, sarà il primo passo per uscire dai problemi causati dalla “globalizzazione dell’alimentazione”. La quale ha provocato danni ingentissimi all’essere umano. Danni dei quali verremo a conoscenza compiutamente sono negli anni a venire.

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