La crisi e il vino. Viste da Mattia Vezzola e Stefano Capelli, gli enologi di Bellavista e Ca’ del Bosco, il massimo per storia e dimensioni della Franciacorta, intervistati dal Giornale di Brescia. Loro vedono il futuro tutt’altro che grigio. Anzi, lo vedono…biologico. Secondo loro, si salveranno (si stanno già salvando) i vini di territorio, quelli che esprimono storia e passione. La crisi, inoltre, riguarda i vini costruiti per inseguire il mercato.
Faticano, insomma, Vezzola e Capelli ad inquadrare il momento di mercato con una crisi lineare del vino. Forse perché entrambe le aziende franciacortine “non ne hanno risentito”.
“Il settore è ciclico, lo è sempre stato – osserva Stefano Capelli -. C’è la flessione dell’alta ristorazione che penalizza i vini al top, ma il fenomeno è circoscritto in quella pregiata nicchia di mercato”.
Anche Mattia Vezzola pensa che il mercato è legato ad un aspetto culturale e che “il futuro è nella biodiversità”.
E la Franciacorta?
Capelli: “Il successo nel vino è fatto da terroir, storia e passione. Noi abbiamo un terroir straordinario, ma non abbiamo la storia. Abbiamo rimediato con un supplemento di passione. Per altro verso le bollicine sono già fresche e fruttate, perfettamente in linea con i gusti attuali. Non abbiamo alcun motivo per cambiare”.
Vezzola: “Per la Franciacorta il bello comincia adesso”.
In che senso?
“I Franciacorta sono vini di altissima tecnologia, ma questa l’abbiamo assimilata. Il miglioramento futuro è in vigna. Le nostre vigne hanno 19 anni e cominciano solo ora ad esprimersi ad alti livelli. I grandi francesi hanno vigne anche oltre i 50 anni. In Bellavista non vendemmiamo se la vigna non ha almeno sei anni, che per noi è il minimo, ma il bello deve ancora venire. Anche perché la Franciacorta è un caso unico al mondo. Una eccezione nel panorama mondiale delle bollicine. Nella altre zone dove si fanno spumanti, infatti, non esiste l’acquisto dei terreni. In Champagne quasi tutta l’uva si compera. Da quando la Franciacorta aveva 50 ettari a vite, ora ne ha 3.000, è rimasta l’idea che la vigna si deve acquistare. Del resto è pacifico che per avere una costanza di qualità (il mercato premia la costanza ad alti livelli, non gli exploit) si deve avere almeno l’80% di uva propria, cioè avere l’uva da vigne in conduzione diretta, anche se non si ha la proprietà della terra. Naturalmente, se arriva la grandine, è un rischio che comperando l’uva non si corre”.
Bellavista conduce direttamente 208 ettari vitati e Ca’ del Bosco ne ha 155, cui aggiunge le uve di 48 conferenti.
Quindi è in caso di continuare ad investire in Franciacorta?
Vezzola: “Certamente. La Franciacorta deve arrivare a 6mila ettari con 30 milioni di bottiglie”.
Che ne pensate dell’innovazione in cantina?
Capelli: “Il Franciacorta è un prodotto costruito, la ricerca e l’innovazione sono fondamentali. Ci vuole grande tecnica per fare grandi vini. Ma membrane, concentratori e osmosi inversa sono sofisticazioni”.
I consumatori sono sempre più sensibili all’ambiente, alla salubrità oltre che alla qualità. I grandi vini dovranno essere biologici?
Vezzola: “Biologico e rispetto per la natura devono fare parte del nostro modo di pensare. Per altro verso è l’ignoranza che mette sull’altare il biologico. Per fare il biologico si deve studiare, l’uomo è sempre indispensabile per la gestione della materia. Sennò si corre qualche rischio”.
Capelli: “Ad esempio ridurre l’anidride solforosa (i famosi solfiti) nei vini bianchi destinati a durare più di 10 anni è un rischio che non sappiamo ancora calcolare. E poi il rame, che è fondamentale nella coltivazione biologica, ha una sua bella tossicità. Fare passi indietro rispetto alle conoscenze acquisite da secoli è ancora un salto nel buio. Ci sono le regole europee: già seguire quelle alla lettera sarebbe un bel passo avanti”.
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Vezzola e Capelli, enologi in Franciacorta: “Il futuro del vino è nel biologico”
scritto da Giovanni Bertizzolo | postato in Agricoltura biologica, Ambiente, Cibo biologico



























