Dicono che sia l’avvenimento più importante dell’anno, addirittura del secolo. Forse dell’era dell’uomo moderno. L’avvenimento è il vertice dell’Onu contro il surriscaldamento della terra e i mutamenti climatici che è iniziato oggi a Copenhagen. I Grandi della Terra sono chiamati a decidere il futuro del nostro Pianeta.
Le decisioni da prendere sono sicuramente importanti: dovranno mantenere il riscaldamento globale a un livello accettabile per l’uomo e l’ecosistema. Ci riusciranno? Difficile dirlo, ma da come si sono messe le cose nei giorni scorsi, direi che sarà molto difficile.
E la storia passata ci racconta di proclami e di fallimenti. Ricapitoliamo.
Era il 1992 quando a Rio de Janeiro alcuni obiettivi erano stati fissati. Cinque anni dopo, il protocollo di Kyoto indicava i primi impegni vincolanti. La missione è miseramente fallita. Siamo alle porte del 2010 e le emissioni di Co2 invece di diminuire sono cresciute in tutto il mondo del 40%, passando da 21.6 a oltre 30 miliardi di tonnellate. E anche secondo l’Agenzia internazionale per l’Energia, “senza provvedimenti seri le emissioni aumenteranno ancora”. C’è chi parla di 33 miliardi nel 2015 e 40 miliardi nel 2030. In questo caso i cambiamenti climatici saranno irreversibili.
Allora, come sarà possibile entro il 2020 diminuire il Co2 del 25-40% e, addirittura, entro il 2050 del 50-80%? Proprio a questa domanda dovranno rispondere i Grandi riuniti a Copenhagen.
C’è comunque da osservare che, rispetto al summit di Bali di due anni fa, qualcosa forse è cambiato.
Negli Stati Uniti, Obama ha più volte manifestato politiche ambientali energetiche un po’ più salubri rispetto al predecessore. L’Australia ha ratificato il Protocollo di Kyoto e il Giappone mostra più interesse verso i cambiamenti climatici. Cina e India non sono più nella loro fascia embrionale di Paesi in via di Sviluppo e possono prendere in considerazione le tematiche inerenti al global warming, l’Unione Europea non aveva ancora varato il suo pacchetto “20-20-20”.
Si parla molto di questo vertice, soprattutto su internet. Ognuno dice la sua. Ma quali saranno i probabili ostacoli da superare durante il summit? Intanto diciamo che da una parte ci saranno i Paesi poveri che chiederanno aiuti per combattere i cambiamenti climatici e contemporaneamente progredire. E diranno: “Voi avete inquinato senza regole e senza limiti almeno per centocinquant’anni e ora volete obbligarci a mettere delle regole per penalizzare il nostro sviluppo?”. Dall’altra parte, gli stati industrializzati osserveranno con sufficienza questa richiesta e risponderanno. “Sì, abbiamo sbagliato, ma adesso potete sempre puntare sulle fonti rinnovabili!”.
Che speranza c’è che da questo confronto si arrivi ad un accordo condiviso e vincolante?
La domanda è da girare a Cina e Usa, i due Paesi più inquinanti del mondo. Le loro scelte potrebbero influenzare India, Brasile e Indonesia, stati fondamentali per una buona riuscita di un trattato.
Le prospettive non sono comunque rosee. Gli Stati Uniti, rispetto al 2005, propongono una riduzione del 17% al 2020. Meno di quanto si erano impegnati a fare nel 1997 (-7%). Dal versante orientale, Cina e India sembrano impegnarsi di più, promettendo rispettivamente -40/45% e -20/25%.
In attesa di sviluppi, segnaliamo che la Fondazione Sviluppo Sostenibile ha presentato cinque proposte di cui l’Italia dovrebbe farsi promotrice durante il summit, cercando di acquisire un ruolo da protagonista. Proposte che ci sembrano sensate, anche se di difficile realizzazione.
1) Assenza di ulteriori rinvii e definizione di un trattato legalmente vincolante;
2) riduzione delle emissioni di gas serra del 30% entro il 2020 rispetto al 1990 per i paesi più industrializzati;
3) impegni di riduzione anche da parte dei Paesi di nuova industrializzazione, in particolare della Cina;
4) meccanismi di cooperazione internazionale per le misure di adattamento, per il trasferimento tecnologico e il sostegno dei Paesi in via di sviluppo;
5) efficaci sistemi di controllo e sanzioni.
Secondo Edo Ronchi, presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile, per mantenere l’aumento della temperatura entro i 2 gradi dal 2000 al 2050 non si dovrebbero immettere in atmosfera più di 1.000 Gton di Co2. Al momento ne sono già state emesse 313, ciò significa che ne rimangono 687.
In Italia si è potuto assistere a una riduzione delle emissioni inquinanti per una serie di fattori concomitanti, non da ultimo la crisi economica, che ha causato una battuta di arresto nella produzione industriale.
Per riuscire a centrare gli obiettivi di sostenibilità il governo dovrebbe però impegnarsi, insieme alle Regioni, per un programma di sviluppo delle rinnovabili, con l’obiettivo del 17% del consumo finale lordo. Necessario anche l’aggiornamento degli incentivi e la rimozione degli ostacoli burocratici per la diffusione delle energie alternative.
Utile anche la diffusione dell’efficienza energetica negli edifici pubblici e nelle imprese, attraverso il rilancio del programma “Industria 2015” e la promozione di consumi sostenibili e acquisti pubblici verdi.
L’Aiab (Associazione italiana per l’agricoltura biologica) dal canto suo segnala che per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici è indispensabile concentrarsi sull’agricoltura biologicca.
Il biologico, precisa l’Aiab, rappresenta oggi una risposta concreta rispetto alle politiche di mitigazione e adattamento, poiché è basato su quelle pratiche che si richiede di applicare a tutti i sistemi agricoli. L’agricoltura biologica contribuisce alla riduzione delle emissioni attraverso una maggiore capacità di sequestro di Co2 nei suoli, poiché è basata sulla fertilità del suolo e sulla produzione di humus, che richiede carbonio. La riduzione degli input esterni porta a una notevole riduzione delle emissioni di N2O ed ad un minore consumo di energia dovuto al divieto di utilizzare fertilizzanti chimici. Le emissioni di N2O e di CH4 sono ridotte anche dal
divieto di bruciare biomasse.
Le azioni di mitigazione del clima aumentano il loro effetto positivo se vengono considerate le possibili sinergie con le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici. Tali sinergie variano, insieme alle possibilità di ridurre le emissioni, a seconda delle specifiche pratiche agricole che vengono applicante nei diversi territori.
Un’agricoltura biologica che si fonda sul miglioramento della fertilità del suolo e sulla diversità biologica all’interno dell’azienda agricola, e che basa la propria capacità innovativa sull’esperienza personale, sulla capacità di osservazione e di intuizione e sulle conoscenze tradizionali ha una resilienza maggiore alla carenza di risorse idriche e alla presenza di eventi atmosferici estremi quali siccità e alluvioni, rispetto al modello agricolo industriale. La differenziazione produttiva, la diminuzione di input esterni e la multifunzionalità permettono una maggiore stabilità economica, oltre a rispondere a più raccomandazioni dell’Ipcc allo stesso tempo.
Tali priorità sono tipiche di un modello di produzione biologico che rimette al centro delle decisioni aziendali il produttore/contadino come gestore del territorio, restituendo un ruolo decisionale alle comunità locali che individuano in questo metodo il modello agro-ecologico volto a garantire il proprio diritto ad esercitare il controllo sulle proprie risorse.
Questo modello è inoltre capace di indirizzare in senso ecologico i comportamenti degli operatori e dei cittadini e, in particolare, il loro approccio al metodo di produzione e al consumo. L’agricoltura biologica è in grado di promuovere una dieta legata alla stagionalità dei prodotti locali e al consumo di prodotti meno trasformati e confezionati che permette di limitare le emissioni durante tutta la filiera. In questo senso, nonostante sia importante osservare che i prodotti vegetali quali cereali,
patate, legumi e oli, richiedono circa un settimo degli input necessari a produrre carne per la stessa quantità di calorie, bisogna considerare che le produzioni vegetali trasportate per via aerea, surgelate e coltivate in serre artificialmente riscaldate possono avere un impatto ambientale maggiore rispetto alla carne prodotta localmente secondo il metodo di produzione biologica.
In Europa questo modello, che ha un alto potenziale nel generare sinergie tra le strategie di mitigazione e adattamento, è rappresentato principalmente dalle aziende familiari a conduzione biologica, altamente presente anche nelle campagne italiane. La scomparsa di queste aziende, soprattutto nelle aree marginali, rappresenta la perdita di una fondamentale opportunità di ridurre il debito del nostro Paese rispetto agli impegni internazionali sui cambiamenti climatici.
L’Aiab chiede di inserire l’agricoltura nell’accordo di Copenaghen. L’inserimento dell’agricoltura nell’accordo post-2012, precisa, può quindi rappresentare una grande opportunità per il modello agricolo italiano basato sull’azienda familiare. In questo senso è particolarmente importante che si sostenga questo modello di produzione biologica familiare e non un semplice “biologico di sostituzione” che sebbene risponda ai regolamenti europei, non promuove l’applicazione di quelle tecniche che portano alla mitigazione e all’adattamento dei cambiamenti climatici. Le politiche sulla mitigazione e sull’adattamento devono dunque interferire con le politiche agricole e favorire i modelli di produzione che abbiano un reale effetto sulla riduzione dei gas di serra e nello stesso tempo sullo sviluppo rurale.
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A Copenhagen il vertice sui cambiamenti climatici. In ballo decisioni vitali
scritto da Giovanni Bertizzolo | postato in Ambiente
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